Commento

Daniel Guebel: il padre, il figlio e Kafka

Il figlio ebreo (La nave di Teseo 2025) di Daniel Guebel è un’opera autobiografica che esplora un’infanzia segnata da difficoltà familiari. Il protagonista cresce in una famiglia dominata da un padre autoritario –imprenditore e militante comunista – e da una madre distante – assorbita dalla passione per l’arte giapponese. I genitori si rivelano incapaci di comprendere la sensibilità del figlio, particolarmente provato dall’arrivo della sorella. L’autore trova rifugio nel mondo della letteratura, che diventa il suo unico spazio di sicurezza e conforto. Attraverso la scrittura, Daniel Guebel riesce a elaborare il rapporto con il padre, stabilendo un ideale dialogo letterario con la “Lettera al padre” di Franz Kafka, opera che similmente esplora il difficile rapporto tra padre e figlio. Kafka non ebbe il coraggio di consegnare la lettera, il cui messaggio ricorrente è l’impossibilità del padre di comprendere la condizione del figlio.

«Nessuno sa bene come comportarsi con un bambino, la sua esistenza è un enigma: distrugge la calma dei grandi, rovina la loro vita sentimentale e li carica di un’ansia che si allevia soltanto nei giorni prossimi alla morte quando, con figli ormai adulti se non addirittura anziani, quelli che un tempo erano giovani genitori contemplano il panorama del passato e realizzano che i sogni e le speranze riposti nella loro discendenza si sono tramutati in delusioni e frustrazioni». Guebel condivide un ricordo personale doloroso. Si tratta della madre che minacciava: «Aspetta che torni tuo padre e vedrai», ignorando le sue suppliche di essere punito subito. Questa attesa del castigo ha plasmato la sua percezione del tempo, trasformandolo in una fonte di inquietudine permanente e rendendo la vita una continua ricerca di modi per sopportare le punizioni.

L’autore descrive un rituale domestico doloroso: la madre, senza nemmeno pronunciare il suo nome, iniziava a elencare le sue trasgressioni della giornata. Il padre reagiva alzando gli occhi al cielo per poi procedere allo sfilarsi della cintura, che usciva dei pantaloni con un sibilo serpentino. L’afferrava dalle estremità per renderla più rigida, in un momento che segnava un punto di non ritorno – esattamente quello che intendeva raggiungere. La madre nel ruolo di accusatrice, il padre come esecutore della punizione. E il bambino intrappolato in un rituale di colpa e castigo che inevitabile come una rappresentazione teatrale dai ruoli prestabiliti. Nel ricordo di Daniel Guebel, la violenza domestica veniva interrotta solo dalle grida della sorella che si frapponeva tra lui e il padre urlando: «Fermo, papà, così lo uccidi!».

La madre, dopo aver prima tradito il figlio con le sue delazioni e poi essere rimasta inerte durante il castigo, completava il rituale aiutandolo a rivestirsi e imponendogli di chiedere scusa al padre. «Hai visto come si è ridotto per colpa tua». Persino nel dolore il padre gli rubava la scena. Questa dinamica familiare ha influenzato Guebel come scrittore, spingendolo a cercare di essere diverso in ogni libro. La madre emerge come una figura debole, incapace di comprendere le proprie azioni, che delegava l’autorità punitiva al marito. Il suo comportamento rivelava un aspetto ancora più inquietante. Ovvero, non proteggeva il figlio per timore che il padre, accecato dalla rabbia, potesse rivolgere la violenza anche contro di lei. La narrazione si conclude con il ricovero del padre in clinica, un evento che segna una svolta nella storia familiare.

«Il fatto che l’uomo che picchiava un bambino sia oggi l’anziano che si regge in piedi grazie agli sforzi dei suoi figli adulti non mi reca alcuna soddisfazione, soltanto un dolore sordo». Riflettendo sul rapporto con i suoi scritti, descrive come il padre gli chiedeva di mostrargli gli originali dei suoi libri, restituendoglieli con correzioni. Con rispetto timoroso, gli faceva notare refusi, virgole fuori posto o punti mancanti. Questo modesto tentativo di collaborazione lo rendeva migliore di Hermann Kafka, che riferendosi alle opere del figlio si limitava a dire: «Lasciamelo sul comodino». L’autore mette in discussione l’interpretazione di Kafka del comportamento paterno. Chi poteva assicurare che il padre non avesse mai letto quei testi? Il racconto si conclude con un’immagine toccante: la badante rivela che il padre distribuiva le copie invendute dei libri del figlio, lasciandole davanti alle porte delle case dei vicini.

Amedeo Gasparini

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