Commento

La poesia di Colm Tóibín tra Dublino, il Covid e l’“Innominabile”

Nella villa del Literarisches Colloquium Berlin (LCB), con le boiserie che riflettono ancora il sole al tramonto sulle acque del Wannsee, è consuetudine ospitare figure di primissimo piano del panorama letterario mondiale. La tradizione prosegue da tempo e si svolge in diverse lingue. Il primo aprile, sotto le arcate bizantine illuminate da una luce calda, di fronte a un pubblico numeroso e circondato dalle fotografie della mostra temporanea “Berlin Revisited” della fotografa Renate von Mangoldt, Colm Tóibín – il maggiore scrittore irlandese vivente, apprezzato soprattutto per le sue biografie letterarie – ha presentato il suo primo libro di poesie, ora tradotto in tedesco. Sul podio erano presenti anche il suo traduttore Michael Krüger e il regista Volker Schlöndorff, oltre all’ambasciatrice irlandese Maeve Collins, che ha aperto l’incontro con un saluto. È certo che gli ammiratori e gli affezionati dei romanzi di Colm Tóibín apprezzeranno l’opportunità di riscoprirlo in versi.

Vinegar Hill si muove sul confine tra esperienza personale e riflessione sugli eventi pubblici. Affronta temi che spaziano dalla politica all’amore queer, dalle riflessioni su grandi figure letterarie alla pandemia, fino al confronto con la mortalità – tematiche a cui l’autore è molto affezionato. Le poesie restituiscono il ritratto di una vita intensa e cosmopolita. Dall’infanzia a Enniscorthy – un paesino tra Dublino e Cork – alle passeggiate nella capitale irlandese. Dai ponti di Venezia fino alle stanze della Casa Bianca, il lettore attraversa luoghi inaspettati attraverso lo sguardo gentile di Tóibín. La raccolta poetica, frutto di anni di scrittura, è infatti segnata da acuta osservazione, profondità emotiva ed ironia. Durante la conferenza al LCB, Tóibín è partito dalla storia di suo nonno, già un combattente dell’IRA. Poi il passaggio a Barcellona e le biografie di Henry James e Thomas Mann.

E ancora, i confronti – sentitissimi – tra letteratura inglese ed irlandese, l’era vittoriana, la poesia italiana, l’affetto per Firenze. Con gli occhiali sul naso e il suo tipico senso dell’ironia, Tóibín racconta l’origine del libro. «Ero intrappolato a Los Angeles durante il Covid», racconta. «Così è nato questo volume di poesie». Nel settembre del primo anno di pandemia, circolò persino la voce della sua morte! Un ampio spazio del volume è dedicato a Dublino («di cui non avevo mai scritto prima di allora»), la città dei suoi ideali predecessori letterari, Oscar Wilde e James Joyce. Si ricorda anche la censura nei cinema sulle scene d’amore – «il che era ridicolo», afferma Tóibín, suscitando le risate del pubblico. A diciannove anni, in un’epoca segnata da «droga, sesso e rock ‘n’ roll», era affascinato dai conflitti del «contested space» in Irlanda del Nord, sentendosi un moderno Ernest Hemingway o George Orwell in Catalogna.

L’ospite non si è trattenuto dal commentare la politica attuale, che segue con pena e dolore. «Sarebbe impossibile non parlare di quest’epoca e del totalitarismo arrivato in dieci giorni nell’America dell’“Innominabile”», attaccando gli “enablers” di costui. Dal giudice John G. Roberts a Mitch McConnell – scandendone più volte il nome con disprezzo – fino a Rupert Murdoch. Infine, una poesia sul massacro di Gaza. Tóibín racconta di essere stato invitato dal governo israeliano a vedere la linea del fronte insieme a un agente del Mossad. Ricorda le difficoltà di raggiungere Gerico: «Non c’è niente laggiù», tagliò corto l’ufficiale. «Be’, c’era Gesù Cristo», la risposta. Nella poesia di chiusura della conferenza, Colm Tóibín ripercorre un colloquio con Yasser Arafat a Tunisi. «Rimasi molto colpito dai suoi bellissimi bodyguard». Un dettaglio solo in apparenza marginale, ma che dimostra una delle qualità dei grandi narratori: l’attenzione ai particolari.

Amedeo Gasparini

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