
Don Rino Pistellato
«Mi sento con l’animo un po’ russo e un cuore ucraino. Questa guerra è straziante»: sono le prime parole di don Rino Pistellato, classe 1944, dieci anni di Russia e altrettanti di Ucraina, dal 1994 al 2014, un legame che ti marchia. Era direttore all’Istituto Elvetico di Lugano quando i Salesiani lo mandarono ad avviare una presenza educativa nella post-URSS di Gorbaciov. Primo scalo per il giovane prete di don Bosco: Gatchina, 45 km da San Pietroburgo, collegio e scuola per insegnare un mestiere, ma più ancora la vita. Sono passati più di 30 anni, un’eternità e un soffio insieme.
Uomo di grande sensibilità e innato altruismo, don Rino riflette ad alta voce: «Appena arrivato, cercai di far capire a quei ragazzi che dovevano diventare cittadini di una nuova Russia, con Libertà e Pace come parole decisive, senza più l’ombra del partito onnipresente». Stesso stile, stessi obiettivi a Leopoli, nell’Ucraina. «Mi sono tutti cari come figli, mentre mi domando che ne sarà dell’educazione impartita a quei giovani di Gatchina, cosa penseranno del conflitto, da che parte staranno?».

Don Rino Pistellato tra i suoi ragazzi
Se lo è chiesto e continua a chiederselo ogni giorno con una lacerazione interiore che palesa quando ne parla e ancor più quando ci va – sia a Gatchina che a Leopoli – con il pensiero, i ricordi e la preghiera per la pace. Ma da “operaio della Chiesa” quale si definisce, e io aggiungo – parafrasando la parabola del Vangelo – “della prima ora nella vigna”, non può tacere. In nome della verità, che si impone di professare, e della coerenza che la dignità umana e il rispetto della Storia e della Vita esigono. Sono campi dove non si possono fare sconti o deroghe alla propria coscienza, anche in nome della testimonianza data, sperimentata, sofferta per oltre vent’anni: al lavoro in Russia e nell’Ucraina si è aggiunta poi un’ulteriore parentesi in Lituania.

Don Rino con un Pope e un confratello
Feci un’intervista con don Rino tre anni fa, poco dopo l’invasione voluta dallo zar del Cremlino con la sua claque, sotto il nome di “operazione speciale” per camuffare una guerra che sta facendo macerie e decine di migliaia, più verosimilmente alcune centinaia di migliaia di feriti e morti innocenti da una parte e dall’altra. L’indomito prete salesiano non usò mezzi termini nella denuncia. Mi disse: «Putin la covava da anni questa guerra, da quando salì al potere e in televisione disse: “Noi non esistiamo se non come grande potenza. La Russia senza l’Ucraina cessa di essere un impero. Con l’Ucraina subalterna e subordinata diventa automaticamente un impero”. Non si è mai rassegnato a vedere l’Ucraina fuggita dalla madre patria tra le braccia dell’Occidente». E ha scatenato un inferno che si protrae dal 24 febbraio 2022.
Oggi, con la stessa fermezza, rivisitando la storia, don Rino mette sotto la lente e censura il vassallaggio del Patriarca Kirill, che Papa Francesco ha definito con efficace immagine “chierichetto di Putin”. In questo coraggioso intervento, don Pistellato porta le prove della piena sudditanza della più alta autorità religiosa ortodossa all’autocrate venuto dal KGB che vuole riscrivere la storia.
Giuseppe Zois
Lettera aperta a Kirill, patriarca di Mosca e di tutte le Russie
di Rino Pistellato*
Sua Beatitudine,
Patriarca Kirill,
un secolo fa, esattamente il 7 aprile 1925, moriva improvvisamente in un ospedale moscovita il Patriarca Tichon (1865-1925) suo predecessore. Era stato eletto il 5 novembre 1917, proprio quando venne alla luce il regime bolscevico con il colpo di Stato che diede avvio alla formazione del partito comunista di Lenin e alla formazione dell’Armata Rossa da parte di Lev Trockij.
Fin dai primi mesi, il 2 febbraio 1918, Lenin emanò il decreto di separazione della Chiesa dallo Stato e della scuola dalla Chiesa, oltre ad adottare una serie di atti legislativi con lo scopo di istituire un controllo totale sulla Chiesa, per distruggerla totalmente e al più presto e rendere la società atea. Vennero eliminate tutte le manifestazioni organizzate dalla vita ecclesiastica, confiscate le proprietà, tolti tutti gli istituti scolastici, fu riconosciuto come legale solo il matrimonio civile, l’insegnamento delle dottrine religiose fu proibito, furono chiusi i monasteri, profanate le reliquie dei santi. Nel 1922 iniziò la stagione della eliminazione sistematica di vescovi, sacerdoti, monaci e monache.
Quel coraggioso appello del Patriarca Tichon
Lenin il 19 marzo 1922 scriveva ai membri del Politbjuro: «Se per realizzare un certo fine politico è necessario commettere una serie di crudeltà, bisogna compierle nel modo più energico e nel più breve tempo possibile». Il Patriarca Tichon, dopo una iniziale sottomissione “caritatevole” al potere per giustificare la sopravvivenza della Chiesa, con coraggio cercò di tenere testa ai nemici della Chiesa perché calpestavano il comandamento del rispetto per l’uomo, per la sua vita, la sua fede e chiamò il popolo ad opporsi pacificamente «all’opera di satana». Ecco qualche sottolineatura della sua lettera del 19 gennaio 1918: «Sono stati dimenticati e violati i comandamenti di Cristo sull’amore per il prossimo… con un’insolenza mai vista e crudeltà spietata… Ravvedetevi, folli, cessate le vostre stragi sanguinose. Quello che state facendo non è solo un’opera crudele: è veramente un’opera di satana… Per autorità dataci da Dio vi proibiamo di accedere ai sacramenti di Cristo, vi colpiamo con anatema. Scongiuriamo tutti voi, figli fedeli della Chiesa Ortodossa di Cristo, di non entrare in relazione con simili scellerati del genere umano».

Il patriarca Kirill in un’immagine del 2023
Il ripudio del fanatismo pagato con la vita
Tichon venne accusato di controrivoluzione. Ma ripudiò coraggiosamente il fanatismo del vecchio Stato russo. Subì una violenta campagna di stampa, minacce, processi. Il suo atteggiamento fu considerato «delitto contro il Potere Sovietico e i lavoratori della Russia». L’arresto del 1923 mise fine al tentativo di interpretare il patriarcato come strumento di difesa della religione e dei credenti.
La mano di chi c’era dietro la sua morte improvvisa in quell’ospedale moscovita? I suoi funerali il 12 aprile 1925 a cui parteciparono ben 300.000 persone, oltre a tanti vescovi e preti che erano in libertà, furono la dimostrazione della stima e dell’affetto della Chiesa per il suo pastore.
Maestro del coro nel concerto stonato con Putin direttore della “nuova sinfonia”
Dall’inizio del 2009 spetta a lei, Beatitudine Kirill, arrivato dopo una fulminea carriera, a ricoprire la carica di Patriarca di Mosca e di tutte le Russie. È lei maestro del coro con Putin direttore della “nuova sinfonia” di poteri religiosi e civili. Il vostro obiettivo è il tanto decantato russkij mir, il mondo russo, la pace russa. Appare fin dall’inizio un concerto stonato, cacofonico: la sua Chiesa diventa vassallo dell’ideologia ufficiale. Lei condivide con Vladimir Putin il nome, la città natale, siete cresciuti nelle stesse scuole sotto la guida e la protezione del KGB, insieme guidate la Russia nelle nebbie del terzo millennio. Che dire dei caudatari falsi e deliranti del Presidente, tutti maestri dell’arte della più spudorata disinformazione: Dmitry Medved, Maria Zacarova, portavoce del Ministro degli Esteri Sergej Lavrov, Vladimir Rudolfovic Solov’ev…?

Il patriarca Kyril e Vladimir Putin sulla Piazza Rossa a Mosca (Fonte: Facebook)
La nostalgia dichiarata per l’ex-Unione Sovietica
È chiara al mondo l’idiozia dell’ideologia del regime di cui la Chiesa Ortodossa si fa ancella. La Russia post sovietica e postcomunista si è mantenuta entro le strutture ancora autoritarie. Putin è in sella per il quinto mandato con un plebiscito e numeri da vero e proprio dittatore: risultato non credibile, ma si sapeva già.
Proviene, come lei, dalle casseforti del KGB risentito per la perdita della grandezza sovietica. Non stupiscono le sue parole: «Chi non ha nostalgia dell’Unione Sovietica è senza cuore». È suo obiettivo rivendicare l’umiliazione del 1989 «la più grande tragedia del XX secolo».
Ed eccolo partire a gamba tesa già nel 2001 con le atrocità della guerra in Cecenia: ha disintegrato Grozny, ucciso più di 200.000 persone per consolidare la sua presidenza. E poi gli scontri del 2008-2009 in Georgia, l’occupazione della Crimea, l’appoggio ai separatisti delle province dell’Est Ucraina.
Arriviamo alla guerra in Ucraina «la più meschina, vergognosa e ingiusta che la Russia abbia mai combattuto» come la definì l’ex sindaco di Ekaterinburg, uno degli eminenti critici del Cremlino.
Lei pure, Kirill, abbagliato dall’idea della Grande Russia Ortodossa, non può fare a meno dell’Ucraina. Risuonano da una voce e dall’altra i proclami: «Per noi Russi Kiev è la capitale e il cuore storico della Russia medievale, terra di grandi scrittori in lingua russa, di rivoluzionari… La Russia senza l’Ucraina cessa di essere un impero. Con l’Ucraina subalterna e subordinata diventa automaticamente un impero. L’Ucraina è la gemma più preziosa. Separare l’Ucraina dalla Russia è una ferita nella cultura secolare unitaria dell’antica Rus».
E ancora: nel discorso del 18 marzo 2014 per celebrare l’annessione della Crimea, il suo caro sodale affermava che i Russi e gli Ucraini «sono un solo popolo. Kiev è la madre delle città russe… Non possiamo vivere gli uni senza gli altri».
Ma intanto ammazziamoci. Logica crudele!
Il gioco sull’altalena di lodi e complimenti
Lei, Santità Kirill, gli fa eco. Ecco il suo controcanto (discorso fine anno 2022): «L’Ucraina non è alla periferia della nostra Chiesa. Noi chiamiamo Kiev la madre di tutte le città russe. Kiev è la nostra Gerusalemme. L’ortodossia russa comincia da lì. È per noi impossibile abbandonare questa relazione storica e spirituale».
Quando da più parti le fu richiesto, Santità Kirill, di pronunciarsi contro l’invasione dell’Ucraina, di contribuire per far finire la guerra e ristabilire la pace, lei si è limitato a ricordare nei discorsi ufficiali il principio dell’unità di Russia e Ucraina. «L’Ucraina è territorio canonico della Chiesa di Mosca. Ogni pretesa di autonomia della Chiesa Ucraina è inaccettabile».
È un gioco all’altalena di lodi e di complimenti. E lei se li sente rivolti dal suo presidentissimo che, all’apertura plenaria del Concilio Popolare Russo Universale dedicato al tema “Il presente e il futuro del mondo russo”, riunito a Mosca il 27-28 novembre 2023, così si esprime nei suoi confronti: «So quale instancabile lavoro voi, Santità, state svolgendo per la rinascita spirituale della Russia: voi contribuite al rafforzamento dell’unità della Nazione Russa».
Il vostro patriottismo ortodosso consiste nella difesa della patria dal nemico. La guerra contro l’Ucraina è una «guerra metafisica, santa» perché l’Ucraina è un territorio dove si scontrano il Bene e il Male. Ben interpreta la vostra visione uno storico (A. Tarabbia): «Essere russi è un destino, una missione per conto di Dio».
Un’operazione molto speciale: il Vangelo con il Kalashnikov
Lei ha affermato più volte di considerare i cristiani Ortodossi dell’Ucraina come suo gregge, ma intanto non esita a benedire le truppe incaricate della distruzione fisica del suo gregge. La sinfonia Putin-Kirill vuole raggiungere lo scopo che si è imposto: il russkij mir, la riunificazione del mondo russo portando la pace russa, mondo e pace che erano svaniti con la caduta della grandezza sovietica. Il metodo usato è un arsenale di brutalità. Vostra santità Kirill: Vangelo e kalashnikov possono andare d’accordo? E lei può abbracciare l’assassino che in un angolo, non visto, ma fuggevolmente ripreso dalle telecamere nella Cattedrale del Redentore, assiste alle solenni celebrazioni pasquali tra i profumi di incenso e i cori polifonici? Continuerà a sostenere “l’operazione speciale”, a benedire i combattenti figli della sua Chiesa diventata bandiera russa? Miru mir: Pace al mondo. Saluto e linguaggio ridondante in uso già nei decenni del terrore staliniano. Ma stonato. Cantato negli asili, nelle scuole: ogni ritorno tra i banchi si apriva ai tempi dei padri e dei nonni con la lezione sulla pace e intanto si doveva imbracciare fucili e addestrarsi a combattere.
Se la Chiesa diventa suddita dell’autorità che comanda
Le colombe della pace di cui parlavano i capi del partito (ne parla anche lei nella prossima Pasqua?) non portavano l’ulivo ma le pallottole. E ora hanno addirittura le ali spezzate. Vostra Beatitudine Kirill, la sua religione è una bandiera, non un Vangelo, la sua Chiesa è suddita dell’autorità civile. L’invasione dell’Ucraina è per voi «missione storica di riconquista» per ripristinare il destino smarrito della Russia e del suo popolo privato dell’impero di cui era suddito, non cittadino. È davvero guida saggia, patriottica e aperta al mondo Putin con lei in concerto tra il fragore delle armi e i canti della Chiesa?
Questa primavera restano sterminati cimiteri, campi di grano seminati di bombe e mesti rintocchi di morte.
Non le suggerisce nulla la lezione del suo predecessore Patriarca Tichon? Chissà se potrà rinnovarsi il grande miracolo nonostante l’uomo: quello della Risurrezione portatrice di pace e di vita! Lo canti a piena voce durante la divina liturgia pasquale: Christos Vaskres! E noi ripeteremo a squarciagola: Voistinu Vaskres!
*Salesiano, operaio della Chiesa per 20 anni tra Russia e Ucraina
