Sergio Valzania ha intervistato Franco Cardini sulla storia e sulla sua vita. I confini della storia (Laterza 2025) si apre con una ammissione inaspettata di Cardini. «Il meticciato non è soltanto naturale: è necessario. Siamo tutti dei bastardi». Le molteplici dimensioni della storia e l’ingannevole natura della memoria, il declino del mondo medievale e l’avvento di una modernità senza confini, le interconnessioni tra Oriente e Occidente, il profondo legame con Firenze e altre città del mondo, i maestri e i compagni di viaggio, la dimensione politica tra identità emergenti e tradizionali, il confronto tra fede e ricerca della verità: Franco Cardini mette in discussione numerose concezioni consolidate sul passato e sul presente. Prima tematica, la storia, «il regno del relativo». La storia si presenta come una duplice dimensione. Da un lato una sfida intellettuale, dall’altro un rischio interpretativo.
L’impossibilità di determinare con precisione il “quando” e il “dove” degli eventi compromette la comprensione del “come”. E, conseguentemente, impedisce di giungere al “perché”. Le infinite possibilità del passato si confrontano con una realtà che elimina tutti gli altri scenari possibili. La razionalità storica non è un dato oggettivo, ma una costruzione retrospettiva. Solo dopo gli eventi possiamo tracciarne un percorso apparentemente logico. Quando consideriamo la storia come memoria collettiva, emerge un ulteriore problema: il suo studio può condurre alla formazione di identità culturali rigide e immutabili. «La storia aiuta a scegliere meglio perché dà l’impressione di non essere mai alla fine di un corridoio, arrivati a un punto nel quale si aprono millanta porte». Nel capitolo dedicato alla storia d’Italia, Cardini esprime una visione critica del processo di unificazione nazionale. Secondo lo storico, il Regno d’Italia fu una costruzione artificiosa che non riuscì mai a inglobare l’intera penisola.
La sua effettiva influenza si concentrava principalmente nell’Italia settentrionale, ostacolata dalla presenza dello Stato Pontificio che fungeva da barriera geografica e politica. L’identità sabauda, sostiene l’autore, fu una creazione ideologica del Risorgimento. Lo storico sottolinea come il Meridione, storicamente parte dell’impero bizantino, avesse una sua distinta identità. Suggerisce che un’alternativa federale avrebbe potuto rappresentare più efficace, combinando i benefici del federalismo ed evitando le problematiche del centralismo. L’intervista tratta anche il fascismo che, nella prospettiva di Cardini, rappresentò un’occasione mancata nella storia italiana. Lo storico definisce il fascismo un «sistema sociopolitico autoritario scaturito tumultuosamente da radici socialiste-utopiste, dall’attivismo sindacalista, dalla “grande paura” […] dalla forza propulsiva delle trincee, nelle quali era stato gettato un popolo di contadini e di operai illuso da promesse bugiarde di riforma agraria e di giustizia sociale». Man mano che l’intervista procede più si lascia spazio al profilo personale di Franco Cardini.
«Sono uno storico atipico. Sono arrivato alla storia attraverso il cinema, la mitologia, i racconti dei nonni». Cardini precisa che, nonostante la sua intensa attività pubblicistica, non era un giornalista di professione, continuando a dedicarsi ai suoi studi accademici. Nelle sue analisi, lo storico affronta anche eventi contemporanei controversi. Riguardo alle Torri Gemelle, avanza delle perplessità vicine a posizioni complottiste. La sua critica si estende alla politica estera degli Stati Uniti, con riferimento alla questione irachena. Sottolinea come durante il conflitto Iran-Iraq, gli Stati Uniti sostenessero l’Iraq di Saddam Hussein, soprannominato il “Presidente del sorriso”. «L’“impero americano” ha fallito appunto in quanto non ha saputo esprimere in alcun modo il “paradigma imperiale”, ma si è proposto in termini pratici di scelta imperialista. L’imperialismo è l’opposto dell’impero».
Infine, di nuovo, alcune riflessioni sul fascismo. «Il nostro era un “fascismo ideale” di buoni cittadini fedeli allo Stato ma non disposti a farne un dio totalitario; di cattolici simpatizzanti con molte qualità dei sistemi autoritari dell’ancien régime e delle “monarchie a regime costituzionale consultivo” […] di estimatori del fascismo come welfare state […]; di decisi simpatizzanti della socializzazione sul modello di Salò per la sua impostazione teorica, al di là delle sue deludenti realizzazioni». L’autore racconta di essere stato influenzato dall’affermazione di Claude Lévi-Strauss, che si definiva “anarchico di destra”, una definizione che risuonava esatta anche per autori come Louis-Ferdinand Céline e Pierre Drieu La Rochelle. Lo storico confessa come le strutture partitiche gli risultassero limitanti, mentre nuove prospettive si aprivano attraverso il pensiero di Alain de Benoist. «Sognavamo la possibilità di costituire una “terza forza” tra liberismo capitalista e capitalismo di Stato sovietico, tra USA e URSS».
Amedeo Gasparini
Sergio Valzania ha intervistato Franco Cardini sulla storia e sulla sua vita. I confini della storia (Laterza 2025) si apre con una ammissione inaspettata di Cardini. «Il meticciato non è soltanto naturale: è necessario. Siamo tutti dei bastardi». Le molteplici dimensioni della storia e l’ingannevole natura della memoria, il declino del mondo medievale e l’avvento di una modernità senza confini, le interconnessioni tra Oriente e Occidente, il profondo legame con Firenze e altre città del mondo, i maestri e i compagni di viaggio, la dimensione politica tra identità emergenti e tradizionali, il confronto tra fede e ricerca della verità: Franco Cardini mette in discussione numerose concezioni consolidate sul passato e sul presente. Prima tematica, la storia, «il regno del relativo». La storia si presenta come una duplice dimensione. Da un lato una sfida intellettuale, dall’altro un rischio interpretativo.
L’impossibilità di determinare con precisione il “quando” e il “dove” degli eventi compromette la comprensione del “come”. E, conseguentemente, impedisce di giungere al “perché”. Le infinite possibilità del passato si confrontano con una realtà che elimina tutti gli altri scenari possibili. La razionalità storica non è un dato oggettivo, ma una costruzione retrospettiva. Solo dopo gli eventi possiamo tracciarne un percorso apparentemente logico. Quando consideriamo la storia come memoria collettiva, emerge un ulteriore problema: il suo studio può condurre alla formazione di identità culturali rigide e immutabili. «La storia aiuta a scegliere meglio perché dà l’impressione di non essere mai alla fine di un corridoio, arrivati a un punto nel quale si aprono millanta porte». Nel capitolo dedicato alla storia d’Italia, Cardini esprime una visione critica del processo di unificazione nazionale. Secondo lo storico, il Regno d’Italia fu una costruzione artificiosa che non riuscì mai a inglobare l’intera penisola.
La sua effettiva influenza si concentrava principalmente nell’Italia settentrionale, ostacolata dalla presenza dello Stato Pontificio che fungeva da barriera geografica e politica. L’identità sabauda, sostiene l’autore, fu una creazione ideologica del Risorgimento. Lo storico sottolinea come il Meridione, storicamente parte dell’impero bizantino, avesse una sua distinta identità. Suggerisce che un’alternativa federale avrebbe potuto rappresentare più efficace, combinando i benefici del federalismo ed evitando le problematiche del centralismo. L’intervista tratta anche il fascismo che, nella prospettiva di Cardini, rappresentò un’occasione mancata nella storia italiana. Lo storico definisce il fascismo un «sistema sociopolitico autoritario scaturito tumultuosamente da radici socialiste-utopiste, dall’attivismo sindacalista, dalla “grande paura” […] dalla forza propulsiva delle trincee, nelle quali era stato gettato un popolo di contadini e di operai illuso da promesse bugiarde di riforma agraria e di giustizia sociale». Man mano che l’intervista procede più si lascia spazio al profilo personale di Franco Cardini.
«Sono uno storico atipico. Sono arrivato alla storia attraverso il cinema, la mitologia, i racconti dei nonni». Cardini precisa che, nonostante la sua intensa attività pubblicistica, non era un giornalista di professione, continuando a dedicarsi ai suoi studi accademici. Nelle sue analisi, lo storico affronta anche eventi contemporanei controversi. Riguardo alle Torri Gemelle, avanza delle perplessità vicine a posizioni complottiste. La sua critica si estende alla politica estera degli Stati Uniti, con riferimento alla questione irachena. Sottolinea come durante il conflitto Iran-Iraq, gli Stati Uniti sostenessero l’Iraq di Saddam Hussein, soprannominato il “Presidente del sorriso”. «L’“impero americano” ha fallito appunto in quanto non ha saputo esprimere in alcun modo il “paradigma imperiale”, ma si è proposto in termini pratici di scelta imperialista. L’imperialismo è l’opposto dell’impero».
Infine, di nuovo, alcune riflessioni sul fascismo. «Il nostro era un “fascismo ideale” di buoni cittadini fedeli allo Stato ma non disposti a farne un dio totalitario; di cattolici simpatizzanti con molte qualità dei sistemi autoritari dell’ancien régime e delle “monarchie a regime costituzionale consultivo” […] di estimatori del fascismo come welfare state […]; di decisi simpatizzanti della socializzazione sul modello di Salò per la sua impostazione teorica, al di là delle sue deludenti realizzazioni». L’autore racconta di essere stato influenzato dall’affermazione di Claude Lévi-Strauss, che si definiva “anarchico di destra”, una definizione che risuonava esatta anche per autori come Louis-Ferdinand Céline e Pierre Drieu La Rochelle. Lo storico confessa come le strutture partitiche gli risultassero limitanti, mentre nuove prospettive si aprivano attraverso il pensiero di Alain de Benoist. «Sognavamo la possibilità di costituire una “terza forza” tra liberismo capitalista e capitalismo di Stato sovietico, tra USA e URSS».
Amedeo Gasparini