Con queste parole, il leader della CSU (la “sorella” della CDU in Baviera) Markus Söder sicuramente non si riferiva alla partecipazione alle urne, che, con uno dei valori più alti nella storia della Repubblica federale tedesca, ha dimostrato che non è la democrazia ad essere in crisi in Germania. E questa è già la prima di “sei verità” che un bilancio delle elezioni del 23 febbraio evidenzia. Il tema della sicurezza, insieme alla crisi dell’economia, ha mobilizzato i cittadini. Complice è stato certamente anche il “fattaccio” di Merz, che il 29 gennaio – proprio dopo una ceremonia commemorativa nel Bundestag per la liberazione di Auschwitz – ha fatto votare la CDU insieme all’AfD a favore di un “piano in cinque punti” per una politica migratoria più restrittiva, che nei giorni successivi ha causato molte manifestazioni durante le quali – in modo del tutto assurdo – la CDU è stata associata a posizioni di estrema destra.
Sarà stato questo il motivo per cui l’AfD ha superato, di 0,8%, la soglia psicologicamente importante del 20%? Può essere e per valutare questo dato non bisogna lasciarsi ingannare dalle grafiche che la identificano come “partito dell’Est”: è vero che è risultato il primo partito in tutta la Germania dell’Est ad eccezione di Berlino, ma ciò non deve far dimenticare che ha ottenuto risultati importanti anche all’Ovest, dove veramente ha “vinto” in queste elezioni. È diventato addirittura il nuovo partito sia dei lavoratori – di cui 37% l’hanno votata – che dei disoccupati e dei poveri. Per fare solo un esempio, l’AfD ha vinto con il 24,7% nella città più povera della Germania – che del resto si trova all’Ovest –, ossia Gelsenkirchen dove il reddito medio è il più basso, al di sotto dei 18.000 Euro, mentre la disoccupazione al 14% è la più alta in Germania. Ciò fa capire, e questa è la seconda verità, che il voto non è più solo “di protesta” – anche se il 60% di chi ha votato l’AfD per la prima volta ha voluto esprimere esplicitamente tale motivo – ma premia un partito che affronta quei temi che non solo i partiti dell’ultimo governo (socialdemocratici, verdi e liberali) ma anche di quello precedente, ossia la CDU, avrebbero trascurato. Tuttavia, il voto per l’AfD all’Est dimostra ancora una volta il principio che “Non si vincono le elezioni nella Germania dell’Est, ma lì le si possono perdere” – e infatti la CDU non è riuscita a ottenere nemmeno un candidato diretto (sempre ad eccezione di Berlino).
A questo voto per l’AfD – di cui l’Istituto tedesco per i diritti umani attesta un’alta «pericolosità per l’ordine liberal-democratico» – si associa il sorprendente 8,8% per l’estrema sinistra (Die Linke), che ha conosciuto un’inaspettata ripresa proprio in seguito a quella votazione del 29 gennaio, recuperando più di cinque punti da metà gennaio (quando con un 3,5% il partito era lontano dalla soglia di sbarramento del 5%). In questo modo ha anche contribuito alla (forse sorprendente) sconfitta del BSW, giunto con 4,97% alla soglia dello sbarramento. Ciò significa che il 30% dei tedeschi, ossia uno su tre, ha votato agli estremi oppure al di fuori dell’“arco costituzionale”, supportando dei partiti sostenitori di Putin. Questa è la terza verità di queste elezioni, che fa comprendere allo stesso momento che il nuovo governo è “condannato” al successo perché un suo fallimento porterebbe inevitabilmente i partiti estremi, specialmente l’AfD, al successo nelle prossime elezioni. Per il nuovo governo, il lavoro nel Bundestag non sarà facile considerando che la Linke ha già dato dimostrazione di votare anche insieme con l’AfD quando si tratta di contrastare i partiti del centro democratico. «Daremo loro la caccia»: questo motto d’attacco contro i partiti al centro dell’arco costituzionale, che fu pronunciato dall’AfD già nell’ultima legislatura, sarà dunque nuovamente la loro ragion d’azione.
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Da sinistra: l’attuale cancelliere Olaf Scholz, Friedrich Merz, Markus Söder e Alice Weidel durante il dibattito televisivo post elettorale.
I giovani – ed ecco la quarta verità – apparentemente non hanno scrupoli a votare partiti antidemocratici o comunque estremi qualora sentono sostenuti i loro interessi (sicurezza nel caso dell’AfD e giustizia sociale per la Linke) “traditi” dai partiti tradizionali. La CDU, spesso indicato dallo stesso governo del “semaforo” come responsabile per molti ritardi della Germania, a questo punto fa fatica a risultare un’alternativa credibile. Così sono diventati Linke ed AfD i due partiti che maggiormente hanno attirato i voti dei giovani, anche per la loro radicale opposizione alla fornitura di armi all’Ucraina.
Come quinta verità, la CDU non farà compromessi con l’AfD, e questo per il motivo evidente che se in queste elezioni ha perso 1.010.000 voti a favore di quest’ultima, ciò conferma il fatto che ogni crescita dell’AfD sarà sempre a discapito della CDU, che rischierebbe a vedersi “cannibalizzata” dal partito di estrema destra. Proprio per questo Merz cercherà di trovare un accordo solido con la SPD che ha ottenuto il suo risultato peggiore dal 1890. Se la SPD farà pagare a Merz la sua “infedeltà” del 29 gennaio e cercherà di puntare sui due fatti che anche la CDU è lontana da consensi del passato (nel 2013 ottenne il 41,5%) e non ha alternative alla SPD, oppure se prevarrà il suo senso di responsabilità per la formazione veloce e pragmatica di un governo operativo in grado di realizzare quella ripartenza che gli elettori chiedono – avendo “rimosso” tutti gli esponenti del “semaforo” Scholz, Habeck e Lindner – ce lo diranno le prossime settimane. Tuttavia, un impedimento alla “velocità” nel formare il nuovo governo potrebbe essere l’annuncio della stessa SPD di organizzare probabilmente un voto tra i propri membri sull’accordo di coalizione.
E ciò ci porta alla sesta e ultima “verità” ossia che il nuovo cancelliere sarà (con ogni probabilità) Friedrich Merz che – con l’ottenimento del solo 28,5% – certamente non è riuscito a mobilizzare molto più dello “zoccolo duro” degli elettori del partito. Ma ricordiamo che anche Angela Merkel con il “solo” 35,2% nel 2005 non ottenne al suo inizio una “vittoria schiacciante”. Tuttavia, egli sarà il primo cancelliere senza alcuna esperienza di responsabilità di governo. A suo vantaggio sono però le conoscenze profonde degli USA e il suo carattere diretto di affrontare le sfide, che nonostante la sua contrarietà a Trump e Vance potrebbero piacere al di là dell’Atlantico. Con la Francia punterà su un “nuovo inizio”, dal quale dovrà risultare anche un nuovo slancio per l’Europa (con Germania, Francia e Polonia, che insieme all’Italia e la Spagna cercheranno ad articolare una necessaria leadership).
Molto tempo non rimane a Merz, che è consapevole del fatto che «il mondo non aspetta la Germania». L’AfD sarà la “spada di Damocle” su questo governo, che con una maggioranza sottile di 328 seggi (su 630 totali) non potrà permettersi scivoloni, per il bene della Germania e dell’Europa. Perché già nel 2026, il Land di Sachsen-Anhalt, dove l’AfD ha ottenuto il 37,1%, andrà al voto…
Markus Krienke
Con queste parole, il leader della CSU (la “sorella” della CDU in Baviera) Markus Söder sicuramente non si riferiva alla partecipazione alle urne, che, con uno dei valori più alti nella storia della Repubblica federale tedesca, ha dimostrato che non è la democrazia ad essere in crisi in Germania. E questa è già la prima di “sei verità” che un bilancio delle elezioni del 23 febbraio evidenzia. Il tema della sicurezza, insieme alla crisi dell’economia, ha mobilizzato i cittadini. Complice è stato certamente anche il “fattaccio” di Merz, che il 29 gennaio – proprio dopo una ceremonia commemorativa nel Bundestag per la liberazione di Auschwitz – ha fatto votare la CDU insieme all’AfD a favore di un “piano in cinque punti” per una politica migratoria più restrittiva, che nei giorni successivi ha causato molte manifestazioni durante le quali – in modo del tutto assurdo – la CDU è stata associata a posizioni di estrema destra.
Sarà stato questo il motivo per cui l’AfD ha superato, di 0,8%, la soglia psicologicamente importante del 20%? Può essere e per valutare questo dato non bisogna lasciarsi ingannare dalle grafiche che la identificano come “partito dell’Est”: è vero che è risultato il primo partito in tutta la Germania dell’Est ad eccezione di Berlino, ma ciò non deve far dimenticare che ha ottenuto risultati importanti anche all’Ovest, dove veramente ha “vinto” in queste elezioni. È diventato addirittura il nuovo partito sia dei lavoratori – di cui 37% l’hanno votata – che dei disoccupati e dei poveri. Per fare solo un esempio, l’AfD ha vinto con il 24,7% nella città più povera della Germania – che del resto si trova all’Ovest –, ossia Gelsenkirchen dove il reddito medio è il più basso, al di sotto dei 18.000 Euro, mentre la disoccupazione al 14% è la più alta in Germania. Ciò fa capire, e questa è la seconda verità, che il voto non è più solo “di protesta” – anche se il 60% di chi ha votato l’AfD per la prima volta ha voluto esprimere esplicitamente tale motivo – ma premia un partito che affronta quei temi che non solo i partiti dell’ultimo governo (socialdemocratici, verdi e liberali) ma anche di quello precedente, ossia la CDU, avrebbero trascurato. Tuttavia, il voto per l’AfD all’Est dimostra ancora una volta il principio che “Non si vincono le elezioni nella Germania dell’Est, ma lì le si possono perdere” – e infatti la CDU non è riuscita a ottenere nemmeno un candidato diretto (sempre ad eccezione di Berlino).
A questo voto per l’AfD – di cui l’Istituto tedesco per i diritti umani attesta un’alta «pericolosità per l’ordine liberal-democratico» – si associa il sorprendente 8,8% per l’estrema sinistra (Die Linke), che ha conosciuto un’inaspettata ripresa proprio in seguito a quella votazione del 29 gennaio, recuperando più di cinque punti da metà gennaio (quando con un 3,5% il partito era lontano dalla soglia di sbarramento del 5%). In questo modo ha anche contribuito alla (forse sorprendente) sconfitta del BSW, giunto con 4,97% alla soglia dello sbarramento. Ciò significa che il 30% dei tedeschi, ossia uno su tre, ha votato agli estremi oppure al di fuori dell’“arco costituzionale”, supportando dei partiti sostenitori di Putin. Questa è la terza verità di queste elezioni, che fa comprendere allo stesso momento che il nuovo governo è “condannato” al successo perché un suo fallimento porterebbe inevitabilmente i partiti estremi, specialmente l’AfD, al successo nelle prossime elezioni. Per il nuovo governo, il lavoro nel Bundestag non sarà facile considerando che la Linke ha già dato dimostrazione di votare anche insieme con l’AfD quando si tratta di contrastare i partiti del centro democratico. «Daremo loro la caccia»: questo motto d’attacco contro i partiti al centro dell’arco costituzionale, che fu pronunciato dall’AfD già nell’ultima legislatura, sarà dunque nuovamente la loro ragion d’azione.
Da sinistra: l’attuale cancelliere Olaf Scholz, Friedrich Merz, Markus Söder e Alice Weidel durante il dibattito televisivo post elettorale.
I giovani – ed ecco la quarta verità – apparentemente non hanno scrupoli a votare partiti antidemocratici o comunque estremi qualora sentono sostenuti i loro interessi (sicurezza nel caso dell’AfD e giustizia sociale per la Linke) “traditi” dai partiti tradizionali. La CDU, spesso indicato dallo stesso governo del “semaforo” come responsabile per molti ritardi della Germania, a questo punto fa fatica a risultare un’alternativa credibile. Così sono diventati Linke ed AfD i due partiti che maggiormente hanno attirato i voti dei giovani, anche per la loro radicale opposizione alla fornitura di armi all’Ucraina.
Come quinta verità, la CDU non farà compromessi con l’AfD, e questo per il motivo evidente che se in queste elezioni ha perso 1.010.000 voti a favore di quest’ultima, ciò conferma il fatto che ogni crescita dell’AfD sarà sempre a discapito della CDU, che rischierebbe a vedersi “cannibalizzata” dal partito di estrema destra. Proprio per questo Merz cercherà di trovare un accordo solido con la SPD che ha ottenuto il suo risultato peggiore dal 1890. Se la SPD farà pagare a Merz la sua “infedeltà” del 29 gennaio e cercherà di puntare sui due fatti che anche la CDU è lontana da consensi del passato (nel 2013 ottenne il 41,5%) e non ha alternative alla SPD, oppure se prevarrà il suo senso di responsabilità per la formazione veloce e pragmatica di un governo operativo in grado di realizzare quella ripartenza che gli elettori chiedono – avendo “rimosso” tutti gli esponenti del “semaforo” Scholz, Habeck e Lindner – ce lo diranno le prossime settimane. Tuttavia, un impedimento alla “velocità” nel formare il nuovo governo potrebbe essere l’annuncio della stessa SPD di organizzare probabilmente un voto tra i propri membri sull’accordo di coalizione.
E ciò ci porta alla sesta e ultima “verità” ossia che il nuovo cancelliere sarà (con ogni probabilità) Friedrich Merz che – con l’ottenimento del solo 28,5% – certamente non è riuscito a mobilizzare molto più dello “zoccolo duro” degli elettori del partito. Ma ricordiamo che anche Angela Merkel con il “solo” 35,2% nel 2005 non ottenne al suo inizio una “vittoria schiacciante”. Tuttavia, egli sarà il primo cancelliere senza alcuna esperienza di responsabilità di governo. A suo vantaggio sono però le conoscenze profonde degli USA e il suo carattere diretto di affrontare le sfide, che nonostante la sua contrarietà a Trump e Vance potrebbero piacere al di là dell’Atlantico. Con la Francia punterà su un “nuovo inizio”, dal quale dovrà risultare anche un nuovo slancio per l’Europa (con Germania, Francia e Polonia, che insieme all’Italia e la Spagna cercheranno ad articolare una necessaria leadership).
Molto tempo non rimane a Merz, che è consapevole del fatto che «il mondo non aspetta la Germania». L’AfD sarà la “spada di Damocle” su questo governo, che con una maggioranza sottile di 328 seggi (su 630 totali) non potrà permettersi scivoloni, per il bene della Germania e dell’Europa. Perché già nel 2026, il Land di Sachsen-Anhalt, dove l’AfD ha ottenuto il 37,1%, andrà al voto…
Markus Krienke